Retaggi di apartheid

Sì, lo so che questo Blog va rinnovato. Ormai di anni ne ho 28.

Però ho la febbre e non ho voglia.

Vi lascio con questo pezzo, che ho scritto mentre ero a Johannesburg qualche anno fa.  Poi Peacereporter ne ha pubblicata una versione più completa nella sua rivista. Trovo spesso grandi parallelismi tra questa società e pezzi di mondo che vivo.

Quando lo spazio pubblico si decostruisce, quello privato diventa quotidiano.

Se chiudo gli occhi, queste le parole per descrivere Johannesburg.

La piazza diventa un centro commerciale con qualche spazio aperto: è qui che le persone si ritrovano, fra una vetrina e l’altra, seduti ad un caffè. La casa diventa una proprietà enorme (per chi può accedervi) rigorosamente recintata (se non dentro una gated community) con tutti i confort utili per trascorrere la maggior parte della propria vita, se non si è al lavoro. La macchina diventa l’unico mezzo di locomozione, assolutamente privato. Di notte diventa regola non fermarsi al semaforo, se rosso.

Queste le parole per descrivere una Johannesburg. “Una” perché di Johannesburg ce ne sono diverse, una dentro l’altra, ma separate: retaggi di apartheid.

Il fine settimana i migranti che vivono a Johannesburg non lavorano, o lavorano meno. La popolazione migrante è stimata essere il 6.7% secondo l’ultimo censimento del 2001. Se nel 2007 il numero di migranti che accedono al Sud Africa sono 138.837, nel 2008 diventano 152.447. I migranti che provengono dall’Africa crescono del 5.6% nello stesso periodo.

Il Sud Africa è l’Europa, l’America, del continente africano. La migrazione non forzata ha per lo più motivazioni economiche, alla ricerca di condizioni di vita migliori. La parte restante fugge da conflitti, persecuzioni politiche, rese di conti.

I migranti il fine settimana lavorano meno, o non lavorano. E i quartieri che li ospitano, come Rosetenville, Troyeville, Yoeville, vibrano alla luce del sole. A sinistra di un Mc Donald, a Rosetenville, i giovani Mozambicani si ritrovano e discutono di quello che accade nel Paese natale e di come è andata la settimana a Johburg. “Maputo è molto più sicura di Johannesburg, puoi ancora passeggiare per le strade”…. “la polizia mi ha fermato venerdì e senza chiedermi i documenti mi ha portato alla centrale…solo dopo aver pagato 200 Rand sono uscito. Lo stesso per gli altri sette che erano con me….solo due di noi erano illegali”.

Lo stesso si fa al Mafalala in Town, un pub gestito da mozambicani che è diventato un luogo di ritrovo: cibo tipico, fiumi di birra, un tavolo da biliardo “Questo governo sta cercando di fare qualcosa per noi migranti…con la fine dell’apartheid ha dato a molti di noi la possibilità di diventare cittadini con un’amnistia…ma oggi…dopo la “xenophobia” e diverso. Non mi sento Sud Africano anche se vivo qui dal 1987. Non posso sentirmi parte di una società che non ama la mia presenza…pensano che stiamo rubando il lavoro ai Sud Africani, ma facciamo i lavori che loro non vogliono più fare….e per sopravvivere diventiamo creativi…loro invece sono immobili. Ci odiano…ma credo che la motivazione stia nella storia di questo Paese, non ancora pacificato”.

A Yoeville il mercato è colorato, come negli altri giorni della settimana. Gli “street sellers” hanno da qualche anno uno spazio a pagamento dentro un mercato attrezzato, semi chiuso, perché “sulla strada disturbano il passaggio”. “Io vivo a Maputo, ma ogni settimana sono qui in città, da Lunedì a Venerdì. Poi prendo il bus e vado in Mozambico per comprare queste cose che vendo…olio di palma ad esempio…che qui a Johannesburg non puoi trovare. Ogni mese faccio mettere il tmbro nella mia Visa così è valida e sono legale. Faccio questa vita da quanto mio marito è morto di cancro…lavorava nelle miniere…e vivevamo insieme a Soweto. Se sono felice di questa vita? Sopravvivo. E sono felice perché non vivo a Johannesburg”.

A Rosebank parcheggi l’auto in un parcheggio privato ed entri in un lucido parco dei divertimenti, con cinema, bar, ristoranti, negozi, e un po’ di pavé su cui passeggiare. A Rosebank puoi sentirti sicuro anche se fa buio. Anche la tua macchina è controllata a vista. Se cala il sole e non sei in una di queste isole felici, create ad hoc, è meglio raggiungere casa e chiudere due cancelli dietro di te, oltre alla porta. “Questo è il posto che amo di più qui a Johannesburg…è così tranquillo qui e mi sento sicura”… “questo posto è così “mixed”…vedi…ci sono persone che provengono da ogni dove…non è facile per me, che sono Sud Africana, dire da dove vengo…mio nonno era lituano…credo…nessuno di noi qui ha radici certe…ognuno ha storie diverse e non è così facile dire “I’m pure South African”.

La migrazione di oggi è molto diversa da quella di qualche decennio fa: il duro lavoro nelle miniere, prettamente maschile, era regolato da accordi Statali, fra il paese ricevente e emittente la forza lavoro. Oggi la migrazione diventa un viaggio alla ricerca di una vita migliore, di un salario, di un mezzo per risparmiare qualche soldo e reinvestire nel Paese natale. La migrazione è un po’ più donna e molto più deregolarizzata. La migrazione è per la maggiore “undocumented” e “unsafe”.

Anche che entra con una Visa regolare, regolarmente rimane nel Paese per un periodo più lungo di quanto concesso. In una situazione simile, accedere al diritto alla città di Lefebvre diventa, nella pratica, quasi impossibile. Ancora di più in una Johannesburg che prova ad essere post-apartheid. Ancora di più dopo le violenze (i migranti la chiamano “xenophobia”) dell’anno appena passato.

“Se mi sento sicura? No, per nulla. Come vedi cerco in ogni modo di sembrare sud africana…come mi vesto, i capelli…non parlo mai la mia lingua nei mezzi pubblici. La polizia è solo corrotta…il mio ex marito mi ha quasi ammazzata perché la polizia ha accettato i suoi sporchi soldi ed è uscito di prigione…vedi questo taglio sulla fronte? Me l’ha fatto con un coltello, appena uscito di prigione…”…“l’anno scorso un mio amico mozambicano è stato ucciso durante le violenze”.

La notte cala, qui a Johannesburg. Io chiudo: il garage, il primo cancello, il secondo, e la porta.

Rosebank inizia a svuotarsi in questo momento, alle 11. Le macchine escono in fila da parcheggio. Le luci si spengono a mezzanotte.

Il Mafalala chiude verso le due di notte, credo ci sia ancora qualcuno lì, davanti ad una birra.

Il ritrovo alla sinistra del Mc Donald si è sparso da qualche ora, appena prima del buio, invisibile, nella città”

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