Ci sono momenti che segnano la storia di questo Paese (e di altri connessi) e noi ce ne accorgiamo poco.
Dalle gru occupate in diverse città, alle proteste di ieri a Bari, tutto questo all’interno di una quadro che vede le relazioni Nord-Sud e Sud-Nord modificarsi, non solamente per quanto è successo durante la primavera del mediterraneo, ma per quanto accade più silenziosamente (forse ancora troppo silenziosamente) nel quotidiano di Paesi del continente africano.
Ma torniamo a noi: cosa significano quelle persone sedute sulle gru? Cosa significano le proteste di ieri? Anche se non le accomuna il metodo, il filo conduttore è sempre lo stesso: l’accesso alla cittadinanza.
Continuiamo a perpetuare una società con diversi accessi alla cittadinanza. E non parlo solo dei migranti, pensiamo ad esempio ai “precari” che “migrano” da una città all’altra, da un Pese all’altro, dovendo ogni giorni rinegoziare abitudini e relazioni nel tempo di un contratto (quando c’è). Pensiamo agli studenti fuori sede, ai pendolari: city users il cui diritto di città è spesso negato, dall’ uso degli spazi pubblici (le piazze) ai servizi (piste ciclabili, mobilità diffusa…) che faticano ad essere garantiti.
Ci sono cittadini di serie A, e di serie B, anche indipendentemente dal colore della pelle (anche se chi non è bianco, diciamocelo, arriva pure in serie C).
Le proteste di oggi mi ricordano che il modello di cittadinanza, non inclusivo, e le politiche “privatistiche” che troppo spesso si adottano per facilitare l’integrazione “di chi è diverso” (qualunque sia la sua diversità) sono entrambi modelli da modificare.
Nel momento in cui politiche ispirate all’ “approccio guidato dall’offerta” trattano i “pianificati” come clienti, la collettività diventa un insieme di consumatori individuali con i loro bisogni e preferenze private, con ovvie conseguenze sul processo “produzione di pubblico”. Nella pratica, politiche redistributive selettive, fondate sul principio del merito (il povero buono, l’indigeno meritevole…), continuano a produrre e riprodurre confini e barriere tra inclusi ed esclusi. E, allo stesso tempo, contribuiscono a definire una concezione della cittadinanza dove ciò che conta è la redistribuzione di “beni” e non di “poteri” in un’ottica per cui quello che conta è lo status e non l’azione, è la “domanda” e non “la voce”.
Di chi è il “problema” dell’immigrazione? Credo fermamente sia una risorsa collettiva, di tutti. È urgente riprendere in mano una discussione che soprattutto la classe politica tende a lasciare in ombra. L’immigrazione non si ferma e non è lecito farlo. Leggi per governarla meglio possono essere ideate, discusse: la ormai obsoleta (e ingiusta) legge Bossi-Fini deve essere assolutamente abolita, in cambio di norme che favoriscano la creazione di “cittadinanze” nuove, che diano alle nostre società la diversità di cui hanno bisogno per crescere ed innovarsi.

brava!